UN LOMBRICO

C’era una volta un anellide che si chiamava Lombrico, ma a chiamarlo così, con il suo vero nome, erano proprio in pochi: mamma, papà, fratellini, sorelline e alcuni amici. Tutti gli altri lo chiamavano Verme, Vermino, Vermicino o Vermiciattolo. Da piccolo ci si era abituato velocemente ed aveva imparato a non dare peso alla cosa.

Divenuto però un tantino più grande, durante un litigio qualcuno lo chiamò “Lurido Verme”, e la cosa lo scosse a tal punto che ci rifletté sopra per giorni e giorni. Lui stesso non riusciva a capire perché se la fosse presa così tanto, ma quell’aggettivo usato assieme alla parola “verme” gli aveva risvegliato dentro un sentimento di offesa così grande che non riusciva proprio a ridimensionarlo.

Trascorse un po’ di tempo e anche di quel fatto se ne scordò. Nel frattempo le cose a casa avevano cominciato a non andare più per il verso giusto e Lombrico, come molti altri suoi coetanei che per scarsa volontà o per necessità già non frequentavano più la scuola da un pezzo, dovette anche lui mettere da parte i suoi sogni e andare a lavorare la terra come papà, a tempo pieno. Un lavoro ripetitivo e faticoso.

Oltre al problema “economico”, c’era poi la mamma che non stava tanto bene e aveva bisogno di aiuto almeno nelle faccende domestiche. Così, terminata la giornata lavorativa, a casa c’erano molte altre incombenze da sbrigare e al povero Lombrico non avanzava altro che un urgente bisogno di dormire per recuperare le forze.

Il futuro che si era immaginato con tanto entusiasmo fino a quel momento però, a dire il vero, era molto diverso. D’altronde, non aveva nemmeno tutto il diritto di lamentarsi perché un destino così era toccato a tanti e tanti altri fratelli maggiori che, come lui, facevano parte di una famiglia numerosa e poco abbiente, e sarebbe stato sciocco pensare che lui avrebbe fatto eccezione.

Bisognava comunque essere sinceri e ammettere che, in un primo momento, non trovava poi così male la sua nuova vita: non studiava più, certo, ma aveva finalmente un ruolo indispensabile per la sua famiglia e, in un certo senso, anche per la società. Stava sperimentando la responsabilità, quella vera, quella di cui fino a quel momento aveva solo sentito parlare senza troppo entusiasmo dagli adulti; quella che ti fa sentire importante e meritare il riposo a fine giornata.

Insomma si sentiva stanco e sfinito ma, allo stesso tempo, felice e orgoglioso di sé stesso. In una parola: soddisfatto.

Il lato bello della nuova quotidianità poco a poco però svanì, lasciando spazio alla noia di un’abitudine troppo ripetitiva.

Molti suoi colleghi di lavoro erano così sereni, felici della loro vita; invece a lui così proprio non bastava. L’appagamento del proprio bisogno di sentirsi utile non riusciva a colmare il bisogno di avere dei momenti da dedicare solo a sé stesso, per riposare la mente o per pensare a qualcosa di diverso. Anche se ci provava, nei rari momenti di pausa, non ne usciva nulla di buono: vero, aveva imparato molto sul lavoro e sulla vita “pratica”, ma si sentiva intellettualmente impoverito. Si sentiva a disagio soprattutto quando, in occasione di lunghe chiacchierate con gli amici, faceva fatica a trovare le parole, non gli venivano le metafore, non riusciva a spiegarsi bene e gli altri non lo capivano, per non parlare di quando lui stesso non afferrava concetti semplici che gli venivano spiegati anche più e più volte.

Gli pesava sempre di più il fatto che gli altri lo considerassero, appunto, un Vermiciattolo.

Di tanto in tanto gli tornava alla mente persino la vecchia faccenda del “lurido verme”, soprattutto quando era al lavoro: lì infatti non si usavano mezzi termini e ognuno si portava a casa l’idea che gli altri avevano di lui così come gliela appiccicavano addosso, senza badare a quelle che in molti casi erano solo opinioni di comodo basate su giudizi superficiali e sommari. Quando lo chiamavano Verme, a volte riusciva a rispondere «…ehm… mi chiamo Lombrico», ma nella maggior parte dei casi si prendeva del pignolo o di quello che vuole mostrarsi più intelligente e più colto di quello che è in realtà. «…ma è il mio nome, mi chiamo Lombrico!», «Sì sì va bene, signorino!».

Per il resto, sulle sue capacità nessuno aveva niente da dire, come del resto sulla sua dedizione, perché ci metteva anima e corpo. A calare era solo l’entusiasmo.

Si sentiva dire dai suoi familiari e da molti amici che era normale, al lavoro, trovare molta gente che non ti capisce, che parla a vanvera e a cui stai antipatico. A molti non importa nulla di te e ti considerano uno che non vale niente, dicevano. È normale e bisogna imparare ad adattarsi, la vita è così e si deve andare avanti per la propria strada fregandosene della cattiva gente per dare comunque e sempre il massimo di noi stessi, tradotto in sforzi e sacrifici, per realizzare il benessere proprio e di chi ci sta a cuore.

Quei discorsi qualche volta erano anche serviti a trovare nuova energia per ingoiare qualche rospo e ripartire con una scorza più dura di prima, ma sentiva che continuava a mancare quel qualcosa che lo facesse sentire veramente capito.

A pesargli erano sì le incomprensioni e l’immagine del sempliciotto che lo perseguitava al lavoro, ma presto si rese conto di essere lui il primo a pensare questa cosa di sé stesso, e il primo a cui questa idea di sé non piaceva.

Non aveva più il tempo e le energie per leggere, disegnare, magari per scribacchiare come di tanto in tanto gli piaceva fare; divagare con il pensiero da questo a quell’altro argomento anche solo per porsi domande sulle cose che vedeva, che sentiva, che faceva… nella sua vita attuale mancavano gli stimoli, quegli stimoli di cui aveva sempre avuto tanto bisogno. Non trovava più quelle idee e quegli spunti di riflessione con i quali tante e tante volte aveva coinvolto gli amici in viaggi verso mete surreali e invenzioni assurde che un giorno avrebbero magari anche realizzato in concreto cambiando le prospettive del mondo. Era sempre stato lui quello brillante della compagnia, quello che tirava fuori la fantasia in qualunque occasione, che trovava spunti a non finire per ridere e scherzare.

E ora, cosa rimaneva di tutto ciò? Solo il ricordo, sempre più lontano? No. Era troppo giovane per trovare la felicità, e, soprattutto, ritrovare il vero sé stesso, solo nei ricordi. Doveva ricominciare a fare quelle cose che faceva, che amava fare. Doveva ricominciare a nutrirsi di cultura come al tempo della scuola!

In quel momento sospettò di aver scoperto l’acqua calda, ma ne fu comunque fiero.

Certo, andare a lavorare era stata una necessità urgente, necessaria per la sua famiglia, ma ora era il momento di ragionare con calma e pensare ad una soluzione migliore. D’altronde, quel disagio che sentiva crescere dentro non gli stava dicendo proprio questo? Pensò che facendo una cosa nella quale si fosse sentito veramente sé stesso, realizzato nella mente e nello spirito, sarebbe stato molto più d’aiuto anche alla sua famiglia di quanto non lo potesse essere allo stato attuale delle cose. E dunque era proprio il caso di iniziare subito, sfruttando l’energia di quello slancio incontenibile.

Accelerò il ritmo, sacrificando il tempo del riposo alla febbrile volontà di recuperare ciò che aveva trascurato. Dormiva di meno, faceva tante cose. All’inizio fu tutta soddisfazione, poi però il fisico cedette: gli capitò di svenire al lavoro una, due, tre volte, e a casa non riusciva a portare a termine la metà di quello che aveva imparato a gestire fino a quel momento. Ricadde nello sconforto, e questa volta si sentì davvero solo, ancora più di prima. Il medico lo costrinse a qualche giorno di riposo assoluto e così fece, pur tormentato da quello che avrebbe dovuto fare al lavoro, per i suoi familiari…e per il suo progetto.

Solo a pensarci ritrovava la sua autostima, che credeva di aver perso insieme alla sua elastica e fervente immaginazione.

Il riposo obbligato lo aveva costretto a fermarsi e decise di approfittarne per ascoltare, finalmente, la stanca voce che da troppo tempo reclamava un po’ di attenzione dal profondo della sua anima.

Per la prima volta, da solo in un tardo pomeriggio, conobbe un inaspettato silenzio interno, una quiete in quel caos di slanci e frustrazioni che avevano sempre tanto rumore dentro la sua testa. Una sensazione di dolce abbandono lo rilassò come non mai e, solo in questo stato, libero da ogni ansia o nostalgia, gli si presentò davanti l’immagine di un luogo che ben conosceva da piccolo. Ci andava sempre a giocare, a fare i compiti e a chiacchierare con la sua migliore amica, con la quale c’era sempre stata una sintonia speciale: avevano famiglie, abitudini e interessi molto diversi, eppure passavano ore e ore insieme a parlare e inventare giochi da fare poi alle festicciole di compleanno con i compagni. Cambiando scuola si erano poi persi di vista, però il ricordo di quel luogo era più vivo che mai! Chissà se era ancora come lo aveva lasciato l’ultima volta!

Rimase lì ancora un po’, in quello stato sospeso che lo stava come ricaricando. Poco dopo però, prima che arrivasse qualcuno, prese la decisione e fuggì: si addentrò cauto nella terra, procedendo con l’intenzione di esplorare di nuovo un antico percorso che doveva solo ritrovare dentro sé stesso. Mano a mano che avanzava, la terra si faceva più fresca e umida e, prima di quanto sospettasse, giunse ad una cavità, la stessa cavità che aveva rivisto poco prima. C’era molta umidità e la terra era soffice, perché si trovava appena sopra il livello dell’acqua del fiume.

Era una piccola buca dalla quale, protetti, si poteva stare in superficie cogliendo le vibrazioni che giungevano dalla grande palla luminosa che dominava il cielo. La luna.

Si sentiva un calore non fastidioso, una luce cieca, un impercettibile e benefico stimolo che lo riportava indietro nel tempo. Tutto questo lo aveva dimenticato, ma non era finito da nessuna parte; a perdersi era stato lui, trasportato dal flusso della vita senza giocare con lei, la vita appunto, le proprie carte.

Giocare! Ma quanto era bello giocare? Quando giocava sì che si sentiva pienamente sé stesso.

Nel bel mezzo di questo flusso di pensieri, fu distratto da un rumore appena percettibile. Sembrava provenire da un punto poco distante da lui, nella buca, e, incuriosito, si avvicinò lentamente. Gli pareva di riconoscere una vecchia e familiare figura.

Pochi istanti e…sì, era lui! E chi se lo aspettava? Il suo vecchio insegnante di Cunicoli, a scuola! Solo in quel momento si rese conto di quanto aveva voglia di rivederlo. Lo aveva lasciato in malo modo diverso tempo prima, e con un certo rammarico perché in quella materia andava benissimo: gli piaceva tanto scavare la terra e soprattutto imparare a conoscerla con una sensibilità diversa, più profonda.

Quello che era suo docente preferito, ad un certo punto aveva però dovuto abbandonare la scuola senza il minimo preavviso lasciando in tutti, lui in particolare, un senso di disorientamento. Era davvero forte quando insegnava! Trasmetteva tutta la sua passione per quella materia facendola bella e piacevole come un gioco. Lombrico, fin dalla prima lezione, aveva colto il grande valore che il suo insegnante rappresentava e aveva stretto con lui anche un rapporto di amicizia.

In classe lo trattava come gli altri ma dopo la lezione, se c’era la ricreazione, parlavano a lungo di quello che per il più grande dei due era una vocazione e un hobby: la progettazione di labirinti. In questo si erano trovati, dato che Lombrico con la sua immaginazione sapeva arricchire le idee del professore con mille spunti che aspettavano solo di essere concretizzati. Lombrico si chiedeva spesso se il suo mito vivente avrebbe mai costruito uno di quei labirinti che impiegava così tanto tempo a progettare.

Ma poi la cosa poco importava, perché il bello era fantasticarci sopra, a casa e a scuola, per poi discuterne e architettare insieme.

Ma ora lui era lì davanti, coricato, e sembrava molto stanco. Lombrico avanzò ancora un po’ e tentò un saluto:

«Professore…»

«Ciao Lombrico, caro…» rispose con un filo di voce, voltandosi lentamente.

«È un sacco di tempo che non ci vediamo, ma come mai aveva lasciato la scuola? Ci chiedevamo tutti… io mi chiedevo…»

«Spero di non avervi delusi. Sapevo di essere affetto da tempo da una malattia che mi paralizza. Ho lasciato la scuola, prima che cominciasse a bloccarmi del tutto, per stare con la mia famiglia, per godermi un po’ di tempo in salute con loro.»

«Ma… oh, capisco. Ma quindi ora…»

«Sì, mio caro. I miei figli sono lontani, e mia moglie sta qui con me, mi sta vicino e mi fa compagnia per tutto il tempo che può. Ora è andata a casa a sistemare delle cose. Mi piace questo posto, l’ho sempre amato. Così ho deciso che se mai mi fossi fermato per sempre, lo avrei fatto in questo luogo.»

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi Lombrico prese la parola.

«Anch’io amo questo luogo. Sa, venivo sempre con un’amica a giocare qui, da piccolo», disse nascondendo a fatica la commozione.

«È un posto meraviglioso. E poi hai detto una cosa importante… giocare… non smettere di farlo mai», aggiunse il vecchio professore.

«Perché mi dice questo?», chiese tremando.

«Perché… non essere triste… perché chi smette di giocare muore, non è più felice. Io sono felice anche adesso. Ho sempre giocato e lo faccio tutt’ora, immaginando di essere sulla luna, sentendo la sua luce su di me in questo luogo di pace. Ma tu come stai?»

Con un po’ di fatica gli raccontò come erano andate le cose, del fatto che aveva dovuto lasciare la scuola, della vita e degli insegnamenti che ne aveva ricavato.

«Sei sempre stato molto riflessivo e profondo. Ma anche molto brillante, e questo ti permetteva di mettere a frutto le tue grandi risorse. Ora però ti sento stanco, persino più stanco di me… ritorna ad essere quello che eri, gioca ancora e non smettere mai più. E, se non sai da dove cominciare, ascoltati dentro e poi inizia a scavare. Non avere paura.»

«Ma lei…»

«Non pensare a me, sono contento se ti ho trasmesso almeno una parte di quella mia passione per la terra…»

«Sogno ancora le sue lezioni professore.»

«E allora vai, vivi la tua vita fiero di quello che sei e non preoccuparti di nient’altro!»

«Ma professore…»

«Vai, mi ha fatto molto piacere averti incontrato dopo tanto tempo. Mia moglie sta tornando, e se ti vede qui penserà che sei un altro che vuole i miei progetti. Li ho cancellati molti anni fa, consapevole che non avrei mai potuto realizzarli e che chi avesse avuto lo stesso mio interesse, oltre alla grande creatività che a me mancava, ne avrebbe fatti di ancora più belli e interessanti. Ciao mio caro Lombrico, sento che questo è il mio posto e questa è la mia notte. Tu vivi la tua vita!»

«…Grazie professore, grazie davvero di tutto!».

Lombrico se ne andò col cuore carico di sentimenti contrastanti, in lacrime ma con un vigore nuovo, fortissimo.

Si prese ancora qualche momento per sé. Poi tornò a casa, prese qualcosa da leggere e disse alla madre di scusarlo, che sarebbe tornato presto e non si dovevano preoccupare.

Facile da dire, difficile da comprendere, ma la sua determinazione era tale da far sì che non lo ostacolassero.

Prese una direzione, si avvicinò di nuovo alla buca ma a un certo punto cambiò rotta puntando verso il basso. Cominciò ad aprire un cunicolo nuovo, da zero, in una terra che a poco a poco cambiava composizione e opponeva una resistenza diversa. In alcuni punti procedeva più lentamente, in altri più velocemente, in altri ancora si fermava per riposarsi o perché si trovava di fronte ad un problema che non aveva previsto. Allora ragionava e cercava delle conoscenze sia nella memoria che nei suoi vecchi appunti. Gli sembrava di essere tornato a lezione. Riscoprì il piacere che si prova quando l’ingegno emerge spontaneo, quando si usa la creatività. Scavava, scavava, e la cosa, nonostante lo sforzo, gli piaceva. Si stava divertendo! Probabilmente non ce l’avrebbe fatta a sopportare lo sforzo se non avesse lavorato per diverso tempo come papà, cioè senza un fisico allenato.

Proseguì per un tempo che non seppe quantificare fino a quando sentì la terra divenire di nuovo familiare. Alzando gradualmente il tiro, poco dopo si trovò a sbucare in una cavità naturale molto simile alla sua. Capì subito, però, che non era quella ma la sua gemella, proprio dall’altra parte del fiume. Era chiaro, lampante, ma faticava a crederlo sul serio.

L’impresa impossibile, quella di arrivare dall’altra parte del fiume passando sotto il suo alveo, di cui aveva sentito parlare qualche volta a scuola, l’aveva realizzata scambiandola per un gioco. Una rivincita personale, una riscoperta di sé stesso, un grazie al suo professore preferito, un sogno nel cassetto che nemmeno sapeva di avere. Quell’ingegno che aveva dentro in attesa di essere usato di fronte a problemi nuovi gli aveva insegnato tantissimo in quel tempo sospeso nel quale aveva recuperato la sua vita, la sua vocazione.

E sospeso era lui, in quel momento, tra una vita e un’altra.

Si volse indietro e ripercorse quel lungo cunicolo appena aperto, veloce e senza troppe soste, fino a casa.

«Dov’eri finito? Al lavoro ti cercavano, devi riprendere perché tuo papà è affaticato e non ce la fa più…» lo implorò sua madre.

«Papà può stare a casa ed io vado a licenziarmi!» rispose Lombrico con una sicurezza che non gli si vedeva addosso da moltissimo tempo.

«Ma come?» gli chiese lei stupefatta guardandolo come se fosse diventato pazzo.

«Ho aperto un varco che arriva dall’altra parte del fiume, è stato bellissimo, ho imparato un sacco di cose!» e se ne andò.

In breve sparse la notizia. Spiegava come aveva fatto e tutte le diverse soluzioni che aveva dovuto trovare di volta in volta. Non fu facile, ma alla fine quelli che contavano si convinsero a seguirlo nel percorso. Quando si resero conto da soli della verità di quanto aveva detto loro, Lombrico divenne un pioniere per i suoi e per tutta la società fin dove arrivò la notizia.

Per la sua famiglia in breve tempo le cose cambiarono. Lui poté riprendere gli studi e, parallelamente, iniziare ad insegnare in laboratori di Cunicoli e di Scavo. Approfondendo, ebbe modo di sbizzarrirsi nel tempo libero con terreni diversi in luoghi diversi, coinvolgendo i più piccoli nella progettazione e costruzione di semplici labirinti per le scuole e altri via via più grandi e complessi per il passatempo degli adulti. La cosa ebbe un seguito pazzesco, perché perdersi in un labirinto e poi ritrovarsi dava a tutti, ma proprio a tutti, una gamma di emozioni che andava dalla curiosità febbrile alla gioia, stimolava l’arguzia, la soddisfazione della riuscita e, soprattutto, l’antico amore per il gioco.

In fondo che cosa sono in una vita le sconfitte, se non momenti nei quali ci si sente persi? E l’unica cosa da fare non è forse tornare a muoversi e ripartire alla ricerca della via giusta? Come nei labirinti, la via giusta non si vede ma c’è per definizione.

Alessandro Navarin

PS: a questa storia manca un’illustrazione, vuoi farla tu?

Inviami la tua idea: ale13.nava@gmail.com

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