I FOLLETTI DELLO SCIACQUONE

È di certo esperienza vissuta da tutti almeno una volta nella vita, a casa propria o in un qualsiasi luogo pubblico, quella di trovarsi nel momento del bisogno e dover correre al gabinetto. Quasi altrettanto comune è quella di trovare, una volta giunti a destinazione, che cosa? L’acqua da tirare! Capire che ci si trova in una situazione di questo tipo è estremamente elementare, anche grazie ad alcuni indicatori specifici che sono stati isolati nel tempo e ci aiutano a individuare con una discreta precisione la natura del problema: presenza nel water di materiale organico, quasi sempre galleggiante, dalla consistenza solida o semi-solida; presenza di un tappo di carta igienica stropicciata e sciupata che copre tutta la superficie interna della tazza; acqua di colore giallo, verde o marrone; presenza di un prepotente odore acido nell’aria, comunemente detto “puzza”, che bacia i nostri umani centri olfattivi.

Nella speranza che questo breve prologo abbia evaso un’esaustiva risposta alla domanda di chiarezza circa il fatto in questione, si va ora a denunciare, con grande rammarico, l’imperituro problema che si associa all’inatteso incontro con un water non propriamente pulito e ordinato: l’accesso di collera. Ci si arrabbia insomma, si perdono le staffe! A causa del senso di schifo, di indecenza, talvolta preparato dalla puzza che può avere invaso anche i locali adiacenti, non si può resistere. Ma non è finita qui. Non è sufficiente alterarsi, tirare l’acqua, fare ciò che si deve fare e poi, azionato nuovamente lo sciacquone, dire: «Ma sì dai, per una cosa così! Ormai è acqua passata!». No, certo che no! L’essere umano è per sua natura iracondo, ha l’accusa facile e si scaglia subito alla ricerca del colpevole di quella dimenticanza imperdonabile, inaccettabile, disonorevole. Ricerca per modo di dire, perché a prendersi la colpa sono quasi sempre i più piccoli e gli adolescenti. «Goffredo, ti sei dimenticato di tirare l’acqua!!!», si sente sempre tuonare dal bagno, e le scuse del piccolo non servono mai a nulla. Che dica che non è stato lui ad andare in bagno perché è appena tornato dalla piscina e l’aveva fatta là, o che neghi dicendo che lui l’acqua era sicuro di averla tirata, non fa differenza: «Sono tutte scuse, non c’è una volta che tu lasci il bagno in ordine. Vergognati!» O ancora «Vedremo quando andrai via coi tuoi amici o con la tua morosa che figure farai, ti rispediranno a casa chiedendoti chi ti ha insegnato a stare al mondo! Senti che tanfo, mamma mia! Vergogna!!!».

Insomma: litigi familiari, energie negative, scontri generazionali, malumori e malelingue tra colleghi, amicizie rotte per sempre. Ma anche fidanzamenti o, peggio, matrimoni irrimediabilmente naufragati a causa di uno sciacquone non azionato, soprattutto se dopo “quella grossa”.

Alla luce di tutto questo, non è che da considerarsi un problema grave, da non sottovalutare, al quale bisogna trovare al più presto una soluzione!

Fu così che un bel giorno decisi che ci avrei messo del mio per venirne a capo, pensando che un contributo in favore di tale causa, per quanto piccolo, non potesse guastare. Ho iniziato la mia ricerca, la quale mi portò, in un percorso durato anni, in lungo e in largo sulle terre emerse e fino alle più remote profondità dei sette mari. Molte volte ho pensato di rinunciare, devo ammetterlo, ma a dirmi che non potevo mollarla (la ricerca, si intende) era sempre la consapevolezza che una verità non rivelata c’era, e prima o poi l’avrei portata alla luce. Tanta tenacia spesi, e di tempo ancor di più! Alla fine, inaspettatamente, mi ritrovai in mano un documento, e ci misi poco a rendermi conto che era proprio la prova che cercavo! “Finalmente!”, mi dissi dopo averlo decifrato, bisognava renderlo pubblico il prima possibile per salvare l’umanità dallo sfacelo. Era una specie di pergamena che trovai in una biblioteca nascosta tra le rocce di un golfo, in una caverna piuttosto buia che si apriva in fondo a un lungo cunicolo. Non so dire il nome del luogo in cui mi trovavo, perché quando vi giunsi ero troppo stanco e, quando ebbi davanti il manoscritto, fui troppo felice per memorizzare dell’altro. Memorizzare, sì. Non ho potuto portarlo con me (anche se sarebbe stato il mio desiderio più grande) perché a vegliare su quello e sui moltissimi altri testi contenuti in quel misterioso e gigantesco archivio nel quale mi ero imbattuto c’era una presenza curiosa, di bassa statura e dalle orecchie a punta. Sembravano folletti, almeno per quanto mi consentiva di vedere la penombra, che, in quell’antro dove solo il dolce sciabordio dell’acqua faceva eco sulle pareti rocciose, si muovevano con passo muto e lesto da una parte all’altra: alcuni lungo le file di libri, altri appesi a delle funi a lustrare la roccia; alcuni intenti nello studio di qualche manuale, altri a comporre miniature e altri ancora a tuffarsi nell’acqua per pescare. Insomma, erano proprio dappertutto e sembravano estremamente indaffarati. A dire il vero non li notai subito, infatti, un po’ intimorito e un po’ emozionato al pensiero di essere solo in quel contesto surreale, mi mossi inizialmente con circospezione per una buona mezz’ora sul sentiero che fiancheggiava una scaffalatura (se così vogliamo chiamarla). Poi, a un certo punto, l’occhio mi cadde su una costola di un libro color marrone scuro, molto sottile, sulla quale era raffigurato un vespasiano bianco. La mia mano lo afferrò d’impulso e lo esaminai: era solo una copertina rigida che conteneva un unico foglio sul quale c’era un testo scritto in una lingua incomprensibile. Capii subito, però, che la cosa era interessante perché sotto al titolo era raffigurato un omino che tirava la catenella dello sciacquone, e sopra a questo una sbarra rossa molto marcata che tagliava l’immagine trasversalmente. “Divieto di tirare l’acqua?”, pensai tra me. In quel momento, neanche a farlo apposta, un omino come quello dell’immagine mi si avvicinò, come se avesse colto il mio desiderio di comprendere. Non mi sentii impaurito o minacciato ma, al contrario, rassicurato dalla sua presenza e ben accolto. Prima che potessi dire qualcosa mi salutò con un cenno del capo, al quale risposi in egual modo, quindi iniziò a spiegarmi (nella mia lingua!) che cosa avevo in mano. Solo in quel momento feci caso agli altri esserini simili a lui, che però erano troppo occupati per notare la mia presenza. In sintesi, mi disse che non avrei potuto portare via il manoscritto, il quale faceva parte della sezione “Scuola Esseri Umani”, ma che lui me lo avrebbe letto traducendolo nella mia lingua; mi disse inoltre che quel documento era una matrice, ossia uno dei testi sorgente che servivano da linea guida ai folletti incaricati di impartire lezioni agli esseri umani. Nel caso specifico, si trattava della spiegazione dettagliata del motivo per cui gli esseri umani dovevano smetterla di lanciarsi reciprocamente delle offese attraverso le quali si paragonassero l’un l’altro a escrementi; fino a che gli umani non avessero imparato la lezione, i folletti incaricati non avrebbero permesso ai soggetti di tirare l’acqua dopo aver evacuato, distraendoli o impedendo allo sciacquone di funzionare. Dal mio zaino presi carta e penna per fissare il tutto con qualche appunto, con l’intento di riscrivermelo meglio una volta tornato a casa. Era proprio quello che cercavo, non aspettavo altro!

Lesse, e presi nota. Quindi gli chiesi di rifarlo, questa volta solo per ascoltarlo senza dover concentrarmi sulle annotazioni. Mi disse poi che non c’era altro di strettamente inerente all’argomento, e ci credetti. Quello bastava e avanzava. Una lezione indice della grande saggezza di quel popolo, di cui non conosco il nome, che ci educa e ci assiste nel quotidiano senza mai farsi vedere. Molte altre cose sarebbero state da approfondire sul loro affiancamento agli esseri umani, ma al momento avevo concluso la mia ricerca più urgente e, con un cordiale saluto e un accorato ringraziamento, mi congedai. Sai mai che in futuro torni sui miei passi per scoprire di più su di essi e sul loro operato! Intanto vi riporto qui di seguito la stesura in bella copia del documento di cui vi ho parlato. Oltre alla grande soddisfazione che ne deriva, la trovo una grande lezione di vita per me e, spero, anche per voi.

LECTIO FECAL

Mario Folena

Sì, proprio così!

Ma analizziamo innanzitutto la materia in oggetto: l’escremento propriamente detto è quello con una forma ben definita, che potremmo descrivere come un cilindro abbastanza regolare dalla superficie più o meno ricca di solchi e scissure (come il cervello). Questo differisce dalla “cacca molla” che è l’escremento nel suo stato più morbido, malleabile, e anche dallo “sguaràus”, che indica nello specifico una consistenza che sta tra la cioccolata calda e il caffè che, dunque, si adatta, o meglio cola sopra la superficie sulla quale precipita. Introdotto ciò, possiamo apprendere la prima lezione fondamentale: non importa la forma, il colore, l’odore o il nome diverso, perché in fondo la sostanza è la stessa. È o non è una garanzia? Ci si può fidare!

E non solo da un punto di vista, diciamo così, fisico-chimico. Infatti se a noi fosse chiesto di definire la merda come buona o cattiva, cosa risponderemmo? Forse il primo pensiero dice cattiva, ma per un pregiudizio che associa buono o cattivo al senso del gusto, come vale per i cibi. Ci rendiamo conto di come la mente lavora a scapito delle cose naturali? In realtà la cacca è sempre buona, ci vuole bene! Eh sì!! Provate voi a non fare la cacca per tanti giorni… vi sentirete scoppiare, non potreste continuare a vivere in quel modo! Noi, come gli esseri umani, ne dobbiamo produrre sempre, a ciclo continuo, dobbiamo diventarne una centrale erogatrice, e dall’altra parte lei, per il nostro bene, nasce, cresce, matura e poi va per la sua strada, magari a concimare il terreno e quindi a fare del bene anche all’ambiente. Inoltre, con le diverse forme, colori e odori che può assumere ci dice com’è il nostro stato di salute e come sta il nostro intestino. Stupefacente! Chi glielo fa fare?! Lo fa per noi e basta, e spesso in cambio non riceve nemmeno un grazie! Facciamoci tutti un esame di coscienza.

Certo non si può non fare un breve accenno a quegli stronzi un po’ stronzi che si mimetizzano sul marciapiede e infilano nelle fessure delle suole delle scarpe alla prima distrazione: è vero che arrecano agli umani un danno e un motivo per imprecare… ma è tutto reversibile, e alcuni dicono porti anche fortuna! Insomma, la cacca è buona e la sua funzione è fare del bene: seconda lezione.

La terza invece ha a che fare con lo stronzo in sé, quello bello solido, poiché esso ci insegna che se siamo troppo spigolosi e duri (per esempio, di carattere), la gente tende ad eliminarci il prima possibile dalla propria vita perché facciamo male e diamo fastidio. Molto meglio essere morbidi, con una forma e un carattere, sì, ma dalla superficie liscia e che si adatta anche ai passaggi stretti della vita, essere flessibili ed elastici. Per fare questo, cioè per stare bene prima di tutto noi stessi ed essere flessibili, (lo stronzo lo fa!) bisogna bere molta acqua! Quarta grandissima lezione!

 

 

Io devo dire in tutta sincerità che l’aver cambiato punto di vista mi ha sconvolto: una cosa che prima consideravo nulla ora è diventata qualcosa di cui avere rispetto, qualcosa di importante. Ma non è finita qui! C’è ancora una lezione, una lezione di furbizia, astuzia. Si noti come lo stronzo si comporta nelle diverse occasioni della vita: si è abituati a modificare quotidianamente i propri comportamenti in funzione della necessità che ha la cacca di venire al mondo (interrompiamo momentaneamente quello che stiamo facendo, o subito o in differita, per recarci al bagno) ma ci sono dei momenti in cui lo stronzo si fa furbo, veloce, subdolo. Direte voi, si fa un vero pezzo di m…. A dire il vero non sempre, anzi, quasi mai! In questi casi infatti, quando ci coglie di sorpresa costringendoci ad essere attenti e pronti di riflessi, può dilettarsi semplicemente facendosi abito (o veste) di una scoreggia, con una piccola nebulizzazione di sostanza liquida che, portata dal gas, va a colorare come una bomboletta qualunque cosa incontri, oppure può uscire allo scoperto (o, meglio, al non ancora scoperto!) nella sua originaria forma liquida o semiliquida. In quest’ultimo caso si realizza la massima espressione della scaltrezza, della destrezza di cui è capace un escremento: è vero infatti che quella che a noi è sempre sembrata una occorrenza ahimè contemplabile in corso di qualche disordine intestinale è in realtà una gran voglia di divertirsi dell’escremento stesso. Sì ragazzi, è così e per un motivo molto semplice: lui SA BENISSIMO che se riesce a sgusciare via veloce, a scivolare fuori più svelto della chiusa dello sfintere (di cui poi può farsi beffe!) non ci sarà il solito tuffo in piscina ad aspettarlo, bensì un bel tappeto elastico! È!? …o non è!? Con questa, che potremmo dire la quinta e ultima lezione, in conclusione tiriamo le somme: quando diamo a qualcosa o a qualcuno dello s… , della m… o del pezzo di m… pensiamoci bene, perché in ogni caso stiamo facendo un complimento descrivendone bontà, utilità, gratuità o furbizia! Una volta capita bene questa lezione, trasmettetela alle persone umane come meglio sapete fare, ricordandovi che si comincia dando occasione a questi di rimanere il più a contatto possibile con l’oggetto in questione, impedendo che venga spedito subito nella vasca biologica. Buon lavoro ragazzi!

Mi scuso con il lettore per l’argomento di cui si è trattato ma ogni racconto nasce da una necessità, che in questo caso è remota, risale alla mia infanzia. Dovevo chiudere i conti con le innumerevoli accuse che mi sono state fatte ingiustamente, dovevo far emergere la verità. Ora mi sento molto meglio, è come se mi fossi sgravato di un peso. D’altronde, considerato che il racconto è un bisogno, come detto poc’anzi, quando scappa scappa.

Alessandro Navarin

STORIA DI UN IRIS

Nel giardino di Natalina di iris ve n’erano in discreto numero. Lei, oltre a quasi un secolo di sudata esperienza con la terra e i suoi frutti, aveva mani d’oro, quindi i fiori del suo giardino non potevano che essere in ottima forma. Non lo avrebbe mai ammesso nemmeno a sé stessa, perché la vita secondo lei andava vissuta solo con tanto lavoro e sacrifici, ma, come per la cucina, la sua si poteva definire una grande passione dato che non pensava ad altro.

Ma torniamo a noi: dicevo di questi iris che, apparentemente stavano tutti lì tranquilli, belli come il sole, a farsi curare e ammirare. Nessuno a guardarli avrebbe mai detto che uno di loro si sentisse tremendamente frustrato. Eppure c’era e, anche se lo nascondeva molto bene, in cuor suo non trovava pace. Ma perché diamine un iris doveva sentirsi frustrato? Che motivi aveva? Era stato anche bravo a trovarne uno considerata la vita che faceva!

Provando però a metterci in empatia con il nostro fiore, scopriremmo molte cose che meritano di essere prese in considerazione. Se infatti nei primi giorni di fioritura, baciato dal mite sole primaverile, conduceva una vita serena e spensierata com’è conveniente per un esemplare della sua specie, un giorno accadde un fatto: a una certa ora della mattina sopraggiunse Romano, coniuge della Natalina, in compagnia del nipote Alessandro. Mentre mostrava al piccolo come bisognava fare per togliere le erbacce nel modo giusto, il nonno, discorrendo del più e del meno, volle regalare al piccolo una pillola del suo sapere: «Lo sai Alessandro? Questi sono Iris, e si dice che l’Iris sia “il fiore degli artisti e dei poeti!”». Da quel giorno, a farci caso, uno di essi si incurvò un po’ sul suo gambo, perché divenne triste pensando che non aveva nessun artista o poeta da ispirare. Gli altri iris in realtà erano nella stessa situazione ma sembravano non dare nessun peso alla cosa; questo per lui non era affatto una consolazione, anzi, si sentiva ancora più solo e pensava che la sua vita fosse un po’ sprecata non realizzando ciò per cui era nato: ispirare bellezza e stimolare la creatività di un umano che ne avrebbe fatto opere d’arte!

Era bello e non gli mancava nulla, ma con questo pensiero non trovava pace.

Nelle vicinanze si trovava un grosso cespuglio di lavanda, anche grazie al quale durante il giorno l’aria profumata si animava dei colori di moltissime farfalle. Queste solitamente erano di poche parole, a differenza delle api, però, sapevano quando era il caso di intervenire.

Accadde un giorno che fosse davvero il caso:

 

– Che hai Gambostorto? – gli fece una.

– …Eh?

– Sì dico a te!

Chiedo scusa ma credo sia opportuno, a questo punto, specificare una cosa: non è detto che le farfalle siano tutte delicate e cordiali come si direbbe a vederle!

– Non mi chiamo Gambostorto… – disse il fiore cambiando l’aria triste in un broncio.

– Lo so, ma mi viene da chiamarti così, e sai perché?

Lui tacque.

– Perché sei triste e ingobbito quando invece dovresti tenere lo stelo bello dritto per esaltare la tua bellezza con aria fiera! …proprio come fa la sottoscritta d’altro canto – aggiunse con un sorrisetto cominciando una piccola danza nell’aria.

– Eh, per lei è facile parlare. – disse l’iris tra sé, pensando che quella non lo sentisse.

– Facile per me??

Eccola, ci avrebbe giurato, a quella non scappa nulla.

– Facile per me, facile per te, facile per tutti qui, e che diamine! Siamo in un giardino, qui è tutto bello! – concluse lei.

– Sì, ma per te è facile nel senso che basta che tutti ti guardino e

trasmetti senso di leggerezza, gioia di vivere…

– Puoi dirlo forte! Certo che è così! Perché tu invece che effetto credi di fare a chi ti vede? Anzi, a chi ti ammira?

– Questo non lo so, so però che, anche se fosse, non sarebbe sufficiente per me. – Disse lui affranto ma deciso.

– E cosa dovrebbero fare tutti? Ammirarti e poi darti fuoco?

Ammirarti e poi coglierti? Ammirarti e poi farti una foto e poi stare lì ancora a farsi…

– A farsi ispirare dalla mia bellezza! Sì, proprio così! L’Iris “è il fiore degli artisti e dei poeti”, se non lo sapevi.

– E quindi?

– E quindi, ovviamente, dovrei ispirare arte, bellezza, poesia… non semplicemente starmene qui in mezzo al nulla.

– Grazie per avermi dato del nulla, intanto. Vabbè, comunque, i tuoi compagni che dicono a riguardo? Sentiamo.

– Oh, non mi rivolgono la parola già da un pezzo quelli.

– Ma chissà come mai!? Te lo sei mai chiesto? Io un’ideina forse forse ce l’ho… – disse la farfalla in tono canzonatorio.

– Loro non capiscono. Questa è la verità.

– Oh no mio caro, questa è la tua verità. Perché, ti svelo un segreto, quello a cui sfugge il vero nocciolo di tutta la questione sei proprio tu, Gambostorto.

– Piantala con quel soprannome!

– Finché continui a stare ricurvo all’ingiù la mia è una descrizione, non un soprannome… – Le era sempre piaciuto giocare con le parole.

– Non ti parlo più, basta, mi hai rotto!

– Finiscila! – lei sapeva di avere un poco esagerato, ma non lo avrebbe mai ammesso. Tuttavia si ripropose di aiutare in fretta l’ingenuo fiore a stare un po’ meglio, così proseguì altrettanto decisa:

– Temo che mi tratterrò fino a quando non avrò risolto il tuo problema.

– Ma per piacere!

– È tutto molto più semplice di quanto pensi la tua mente di fiore: hai sovvertito il senso della frase che hai sentito e così ti sei fatto tirare la zappa sulle radici da solo.

– Ma…

– Zitto! E ascoltami. Dunque, mio caro: se tutti gli Iris del mondo dovessero per forza ispirare opere d’arte e creazioni d’ogni genere, probabilmente la vostra specie sarebbe oramai estinta, dato che la maggior parte di voi si lascerebbe appassire subito, pensando che la propria vita non abbia un senso. E invece non è così! Perché? Secondo te tutti hanno capito male?

– No, ma…

– Ceeeeerto che no!!! Sai cosa si dice della farfalla?

– No

– Che sia il “respiro dell’anima”, o, più semplicemente, un’anima.

– E quindi?

– Sforzati! – Lo esortò determinata.

– L’anima di chi? …una bella o una brutta?

– Eccolo, vedi? Ti perdi in riflessioni che ti sviano dalla semplicità di un concetto così meraviglioso: le anime sono tutte belle, solo c’è chi le lascia libere di esprimersi e chi le tiene nascoste.

– E perché dovrebbe?

– Mah… per la paura che a volte si ha di sé stessi forse, come te

che ti senti inadeguato perché non sei l’ispirazione di nessun artista e per questo non vuoi condividere con nessuno la tua bellezza: ti senti dunque terribilmente insicuro, oppure la tieni nascosta perché la ritieni troppo preziosa? Io dico che ciò che ti sta intorno è importante tanto quanto il più grande artista del mondo, ma soprattutto, ricordati, una cosa che non condividi non sarà mai preziosa.

Iris rimase un attimo in silenzio a riflettere su quell’ultima frase, così secca, lapidaria: davvero in cuor suo pensava che la sua bellezza fosse così preziosa da non meritare di essere condivisa con il mondo che lo circondava? Se così fosse stato, allora avrebbe avuto una grande fiducia in sé stesso e si sarebbe sentito arrabbiato, magari, ma sicuro di questo. Invece era così triste proprio perché nel profondo si sentiva inadeguato nei confronti di un così grande ruolo ispiratore che il mito gli attribuiva solo per il fatto di essere un Iris. Ne aveva paura, non si sentiva all’altezza. Si prese ancora qualche secondo, poi disse:

– Forse capisco che cosa mi vuoi dire: ho stravolto il senso di quello che ho sentito…

La farfalla rimase in silenzio, lasciandolo continuare.

– …non capendo che il vero significato di tutta la faccenda non ha niente a che fare con il senso della vita, ma ha solo a che fare col perché mi devo sentire felice e sicuro di poter esprimere e condividere la mia bellezza di Iris con tutto ciò che mi sta intorno.

– Spiegati meglio. – lo incalzò lei.

– Credo di aver capito che il nocciolo della questione è questo: dire che l’Iris è il fiore degli artisti e dei poeti significa che l’Iris è il fiore a cui essi hanno conferito la loro speciale benedizione!

– Ma bravo! – confermò la farfalla.

– Quindi non posso che esserne felice e contribuire a fare più bello il mondo con la mia meravigliosa efflorescenza. – e detto ciò si raddrizzò.

– Sei un tantino duro di comprendonio, ma finalmente ti sei levato quella maledetta aria da fiore reciso! Ora che ho fatto la mia buona azione quotidiana vado a rifocillarmi con una scorpacciata di lavanda, ciao!!

– Grazie Lalla!

– Eh? – chiese lei voltandosi quando si trovava già a una certa distanza.

– È così che vi chiamavo da piccolo. – le disse ridacchiando – Ciaooo!

Alessandro Navarin

Francesca Lagonia

L’elefante e lo spazzino

Il valore di una persona risiede in ciò che è capace di dare e non in ciò che è capace di prendere.

Albert Einstein

C’era una volta, addormentato sul sedile di un pullman, un lendinarese di nome Renzo. Ci si metteva un bel po’ a svegliarlo, quando lo prendeva la piomba. In media un quarto d’ora, ma a volte anche venti minuti buoni. I suoi amici della Banda lo sapevano bene, così come al solito, di ritorno da un concerto, cominciavano a chiamarlo poco prima di arrivare allo vincolo per il Bornio. L’operazione consisteva nell’avvisarlo che si era quasi arrivati, prima con calma e poi in modo via via più incisivo, magari con qualche punzecchiata sulla grossa spalla tonda.

Giunti a destinazione, dopo i saluti montava in bicicletta e si avviava verso Sant’Anna. A casa soleva ripensare alla giornata appena trascorsa: erano belle le uscite con la Banda cittadina; anche in quell’occasione i bandisti e il pubblico gli erano sembrati contenti, avevano applaudito di gusto. Anche a cena era stato bene, aveva chiacchierato un po’ con questo e un po’ con quello, era seduto vicino al presidente ed era riuscito a scatenare nei vicini molte risate. Avrebbe ripreso in mano la bandiera del corpo bandistico di lì a due settimane in occasione della sfilata in piazza, grande evento per la cittadinanza al quale era vietato mancare!

Lì per lì pensò poi che quella sera non aveva una gran voglia di zucchero, così lasciò il barattolo dove stava e buonanotte al secchio, anzi, buonanotte ai suonatori. E a tutti quanti.

II

Qualche anno prima ero alle elementari. Già da qualche giorno l’aria si era fatta più tiepida e durante la ricreazione uscivamo tutti fuori, maestre comprese, nel giardino davanti alla scuola. Sembrava un sogno, un’esplosione di spazio e di libertà, oltre che di sole, rispetto ai freddi corridoi col pavimento di marmo che ci contenevano nel periodo invernale. A questo periodo risale il primo ricordo che ho di Renzo: un ometto rotondo e sorridente in tuta da meccanico che passava tutti i giorni, più o meno alla stessa ora, quasi alla fine dell’intervallo, per la strada che costeggiava la recinzione del cortile; guidava una bicicletta speciale, con un grosso bidone metallico davanti al manubrio e una scopa infilata per il manico che sbucava a lato come un secco alberello pendente. Ogni volta si girava e salutava tutti agitando in aria il braccio e la mano. Un giorno, cercando di farmi intendere con una breve descrizione, chiesi a mia madre chi fosse: «È Renzo, lo spazzino comunale» mi rispose. Cominciai da quel momento, vedendolo passare, a ricambiare il saluto, dato che non c’era nulla di male, e in più feci caso ad alcuni miei compagni che in quelle occasioni si divertivano a urlargli «Ciao Renzooooooo!!!», cui lui faceva eco entusiasta con un «Ciao bambiniiiiii!!!» che metteva allegria per quella sua voce nasale che ricordava i cartoni animati. Non si fermava mai, il tempo di quello scambio breve e disinteressato e proseguiva oltre l’incrocio.

III

Non si fermava di certo. C’erano le strade, i rifiuti, il verde pubblico e le recinzioni a cui badare. Non avrebbe potuto vederlo mai nessuno con le mani in mano, e ci mancherebbe, per Lendinara c’era tanto da fare. Il Comune gli dava uno stipendio, lo aveva assunto per prendersi cura della città, e questo lui lo voleva fare al meglio che poteva. Pur sapendo fare due conti, sempre all’occhio circa le possibili fregature che si potevano nascondere dietro l’angolo, dava sempre ascolto anche alle proprie iniziative personali che lo spingevano a fare, per così dire, degli straordinari. Se ai bambini si voleva davvero bene, non si poteva permettere che rischiassero di farsi male contro le recinzioni tutte storte e arrugginite dei giardini pubblici di S. Francesco o del cortile delle scuole medie. Erano in quelle condizioni da troppo tempo, pericolose e, aspetto non meno importante, tanto brutte a vedersi: un po’ di giornate di servizio, più dei ritagli di tempo di due ore oggi e una domani, e fece prima lui a farlo che altri cento a dirlo. In fondo che ci voleva? Qualche colpetto qua e là, olio di gomito, carta vetrata, antiruggine, vernice e tanta pazienza. Ahimè quanti ne approfittavano di quella santa pazienza di cui sembrava essere ricco. Ne era pieno quanto di tempo libero, diceva la gente: non ha figli né moglie. Ed è buono come il pane: non pensava mai male di nessuno, il buon Renzo, adoperandosi per il prossimo e per la sua città.

Solo, nei momenti di pausa o la sera prima di andare a dormire, si dispiaceva un poco che la gente, la sua gente, non fosse capace di provare un po’ d’affetto.

Ma chissà chi è stato ad inventare lo zucchero, una gran persona senza dubbio, uno in gamba.

IV

Con le scuole medie inferiori cambiai istituto. Questo aveva il cortile principale all’interno e raramente si usciva dall’altro lato che dava sulla strada. Passò dunque parecchio tempo, ma un giorno lo rividi: lui si girò e, vedendoci fuori, sventolò in aria la mano. «Ciao Renzo!!!» lo salutai, e lui mi rispose «Ciao ciao!!!» con un sorriso, pur senza sapere chi fossi. «Perché saluti quello sfigato?», mi chiese un mio compagno. Non seppi cosa rispondere, non me l’aspettavo. Dal mio sguardo interrogativo lui dedusse che doveva spiegarsi meglio, e continuò: «È uno sfigato, poveretto. Sempre in giro per le strade a far lavori di cui non frega niente a nessuno… e poi è anche un morto di fame… non ha amici, o almeno io lo vedo sempre da solo, saluta tutti e ride sempre. È matto per me». Io rimasi muto, morta lì.

A casa, a pranzo con i miei, indagai: «Ma per caso lo spazzino è un matto??»

Mia mamma: «Chi? Ah, Renzo?».

«Sì!».

«Perché? Non mi risulta… direi di no», continuò lei.

«No, cioè, me lo ha detto un mio compagno di classe. Era tanto che non lo vedevo e oggi in ricreazione è passato per la strada e l’ho salutato come facevamo alle elementari, era da tanto che non lo vedevo, ripeto, ma mi è venuto in mente che si chiama Renzo e così gli ho detto “Ciao Renzo!”, e questo mi ha sentito se n’è uscito con un sacco di brutte cose sul suo conto…».

«Del tipo?», fece mia madre.

«…che è un matto perché è sempre in giro per le strade…», cominciai.

«…beh, è uno spazzino», commentò tra sé.

«…ok, e poi che non ha soldi, che è un morto di fame, che passa tutto il giorno a far lavori che non interessano a nessuno e che è solo come un cane e non ha amici».

«…non mi sembra proprio», chiarì.

«…ah e poi ha detto… beh, che è uno sfigato, tanto sfigato!», conclusi.

Intervenne allora mio padre che stava guardando la televisione e, nel mentre, ascoltava i nostri discorsi: «Ti ha detto che è uno sfigato perché non è sposato e non ha una compagna, e, che si sappia, in effetti, non è mai stato con qualcuno perché è un tipo un po’ particolare… sugli amici non posso dir nulla perché non lo conosco di persona, ma posso dirti che comunque lavora per il comune e di gente deve conoscerne molta più di me. Inoltre collabora con diverse associazioni. Certo, come ho detto, si presenta come un tipo un po’ particolare, che si può definire una persona semplice semplice, un bambinone se vuoi, ma ciò non dà il diritto di definirlo uno sfigato perché la sua vita la fa. Si guadagna poi uno stipendio che, per una famiglia fatta di una persona sola, come ce ne sono moltissime altre, è di sicuro più che dignitoso! Di’ al tuo compagno che vedremo cosa saprà combinare lui quando sarà più grande, con la testa che si ritrova…».

V

Una sola cosa Renzo tornava a chiedere al Comune di tanto in tanto, e gli fu sempre negata. Un aumento? No. Un elefante! Uno vero, un pachiderma in carne e ossa. Grande o anche piccolo, se lo sarebbe cresciuto lui con amore incondizionato e altrettanta dedizione. Un elefante lo avrebbe reso davvero felice, ne era certo, tanto ci aveva riflettuto sopra. E che non pensassero che non avesse più i piedi per terra, li aveva eccome: lo avrebbe portato in giro per la città, dove c’erano alberi in abbondanza perché potesse nutrirsi e allo stesso tempo rendere un servizio al verde pubblico; sarebbe stato utile anche come pompa per l’acqua. Insomma, perché no? Si immaginava già a portarselo, se fosse stato piccolo, nel bidone della sua bicicletta di servizio, dal quale magari sarebbe sbucato fuori per salutare anche lui con la proboscide i bambini in ricreazione e gli amici sui marciapiedi. A Natale poi, sai quanto si sarebbero divertiti i bambini? Renzo, che amava così tanto perpetrare la tradizione di travestirsi da Babbo Natale per portare nelle scuole torte (che offriva di tasca sua) e piccoli doni, avrebbe sicuramente insegnato al suo elefante a consegnarli agli increduli e incantati destinatari. Che meraviglia! Per non parlare dell’omaggio floreale alla Madonna del Pilastrello che annualmente recava, sempre travestito da Babbo, in occasione del concerto di Natale della sua Banda Città di Lendinara, dalla quale si congedava per un attimo lasciando il ruolo di porta bandiera. Quanti pro, e nessun contro. Con la Banda si sarebbero potuti onorare i servizi, anche quelli nelle frazioni limitrofe dei mesi estivi, con un valore aggiunto. Un elefante, solo un elefante, alle cui spese avrebbe provveduto personalmente senza chiedere una lira a nessuno, magari anche rinunciando alla sue vacanze estive che tutti gli anni trascorreva, grazie a viaggi organizzati, in un angolo diverso del mondo. In Africa, in Asia, quanti elefanti aveva visto! Quanto aveva appreso sulla loro natura, sui loro bisogni. Un desiderio, un sogno che tirava fuori dal cassetto tante volte per riprovare lo stesso brivido, la stessa vertigine della prima volta. Un desiderio non invecchia mai, o svanisce per inconsistenza o matura e si fa slancio vitale.

VI

Un tardo pomeriggio mentre facevo i compiti, suonò il campanello di casa. A quell’epoca ero al liceo, forse terza o quarta. La temperatura era mite e il sole arancione, appena sospeso sulla linea dell’orizzonte. Era Renzo, con la sua bicicletta personale, senza bidone davanti, che dopo un caloroso saluto ci chiese se volevamo acquistare un biglietto della lotteria del Corpo Bandistico Città di Lendinara. Come dire di no? Ne acquistammo cinque. Ringraziò tantissimo e scambiammo due parole su quello che facevo e quello che avrei voluto fare da grande. Mia madre fece uscire il gatto e richiuse la porta, rimanendo lì con noi a commentare le mie risposte e a parlare un po’ di lei e di papà. Renzo invece nel cestino della bicicletta, oltre ai pacchettini di biglietti della lotteria, teneva un barattolo di latta chiuso con un coperchio di gomma. Mentre scambiavamo quattro chiacchiere lo prese e, come se fosse una cosa del tutto naturale (al pari di mettere in bocca una caramella, per intenderci) ne trasse una cucchiaiata di zucchero bianco e se la sbafò con fierezza. Poi un’altra e poi richiuse il barattolo. In quel mentre, avendo udito le nostre voci, era uscita mia nonna che, prima ancora di salutarlo e presentarsi, lo rimproverò facendo gli occhi severi: tutto quello zucchero gli avrebbe fatto male, gli disse. Lui tranquillamente, in tono tra l’amaro e l’ironico, diede tutta la colpa alla carenza di affetto.

Entrati in argomento, non potei evitare di riascoltare per l’ennesima volta dalla vecchia di casa che non mi sarei trovato facilmente una morosa considerato il caratteraccio che mi ritrovavo, e anche questo fu per Renzo il pretesto per esprimere quanto le donne fossero importanti come amiche ma niente di più, perché facendo certe cose si va incontro a di quelle malattie che non ci sono parole per descriverle. Dio te ne scampi!

Ebbi modo di notare più avanti, in altre occasioni, che stimolarlo con certi argomenti piccanti era per molti la vera ricetta del divertimento. Lui stava al gioco, gli piaceva far stare bene le persone che aveva attorno; sapeva tuttavia quando era il caso di cambiare argomento e stava all’intelligenza dei presenti capire quale fosse il limite oltre il quale non spingersi per non fare del male.

VII

La casa a cui Renzo faceva ritorno era piccola, raccolta tra quattro mura contigue all’abside della chiesetta di Sant’Anna, appena dietro a piazza Risorgimento, il centro della comunità. Lui e Anna, due protettori di Lendinara, vivevano sotto lo stesso tetto da una vita. La piazzetta sul retro, circondata da alberi, sarebbe stata ideale per il suo elefante, placido guardiano notturno per quel vecchio luogo sacro.

Renzo era di tutti, era pubblico come i parchi, come il suolo che calpestiamo tutti i giorni, come la terra fertile. Regalava un sorriso e un saluto a chiunque, senza malizia e senza che ci fosse del non detto, senza sforzarsi di essere diverso da quello che era, che fosse di fronte al Sindaco, al Vescovo o all’ultimo degli abbandonati alla propria solitudine. Renzo era un bambino, un grande bambino, che non ha mai avuto bisogno di dimostrare nulla se non a se stesso di poter dare il massimo ogni giorno, per fare contento chi aveva intorno e per fare più bello il suo paesetto.

Chi ha saputo accoglierlo come persona ha conosciuto un cuore grande, un cuore che ha dato incondizionatamente senza chiedere in cambio quell’affetto di cui avrebbe avuto bisogno in egual misura.

Renzo è stato un mio concittadino, uno dei tanti che ho conosciuto solo marginalmente. Quell’uno tra i tanti che però, senza saperlo e senza che io stesso me ne accorgessi, ha seminato un fiore nel mio cuore.

Un fiore bellissimo, che non segue le stagioni ma solamente le mie cure.

Un fiore che appassisce solo quando mi dimentico di dargli da bere o, per qualche motivo, faccio finta che non mi piaccia più.

Mi auguro di imitarti e di non dimenticarti,

ciao Renzo!

Alessandro Navarin

Francesca Lagonia

LETTERA DELLA BUONANOTTE DEL RAGNINO OTTO

Ciao,

mi chiamo Otto e sono un ragnetto. Da qualche tempo vivo nella tua cameretta e mi ci trovo piuttosto bene. A dire il vero mi piace proprio perché è una stanza in cui la notte non sono mai da solo, e ciò mi rassicura. Forse tu non hai mai fatto caso alla mia discreta presenza, sono abbastanza silenzioso: ogni sera, e qualche volta anche di giorno, sbuco guardingo da dietro l’armadio per andare a vedere se la mia tela c’è ancora e se per caso è servita a qualcosa oppure no. Infatti, quando esco allo scoperto, devo stare molto attento a non dare nell’occhio perché di solito quelli come me non piacciono tanto agli esseri umani come te, e per questo i tuoi simili potrebbero cercare di eliminarmi, con una scopa per esempio, insieme alla mia ragnatela. A proposito, sai che cos’è una ragnatela vero? È quella cosa fatta di fili sottilissimi che di solito costruisco nell’angolo di muro che mi sembra migliore per la caccia agli insetti. Spesso non sembra andare d’accordo con la vostra idea di pulito e di ordine, così mi capita di trovarla distrutta, o non trovarla del tutto, dopo che qualcuno è passato a fare le pulizie. Questo naturalmente mi complica un pochino la vita dato che la caccia agli insetti è indispensabile per la mia sopravvivenza, ma non mi do mai per vinto perché ho imparato ad essere paziente e, soprattutto, ad essere molto fiducioso nella provvidenza. La mia attività principale consiste appunto in questo: ancoratomi al muro, intreccio una struttura fatta di tanti fili tra loro ordinati in una bella e fitta trama, e poi attendo che qualche zanzara, magari prima che venga a ronzarti attorno e a pungerti mentre dormi, vi si impigli e si appiccichi per bene diventando così per me un delizioso (quanto necessario) spuntino. Ti dispiace un pochino per la zanzara? Allora sei molto sensibile, e questo è un gran pregio! Non smettere mai di esserlo.

Ma torniamo a noi: sotto sotto devo ammettere che costruire ragnatele mi piace e mi regala anche parecchia soddisfazione. Filando da destra a sinistra, da sinistra a destra, dall’alto al basso e viceversa, nel rispetto delle regole dell’architettura, e con la massima libertà di creare geometrie sempre diverse, belle e stravaganti, do sfogo alla mia creatività e mi diverto un sacco! La costruzione delle ragnatele, o tele, per un ragno come me è davvero un’arte. E per fortuna che è così. Io penso che se si deve impiegare buona parte del proprio tempo nel fare una certa cosa, è meglio che piaccia, no? Certo che da piccolo, quando a scuola ho dovuto imparare le regole per fare bene questo mestiere, spesso mi annoiavo e non avevo voglia di studiare, ma poi quando ho capito davvero come funzionava il gioco, all’improvviso è diventato un lavoro divertente e appassionante. Poi, dico io, è sempre meglio godersi gli aspetti positivi della vita e ricavare da questi l’energia per superare quelli più difficili perché, a dire il vero, non è tutta rose e fiori neanche la vita di un ragnetto come me: quando la scopa o lo spolverino spazzano il muro, o quando si tinteggiano le pareti, ecco che la ragnatela se ne va insieme alla polvere, per quanto bella (a mio modesto parere) fosse; inoltre, come ho già accennato, rischio di farmi male anch’io se non mi guardo le spalle da quelli a cui i ragni non piacciono. In casa tua c’è qualcuno a cui non piacciono? Forse anche tu trovi brutti i ragni? Spero che non ti facciano anche paura! Comunque sia, è mia premura anche tranquillizzarti su questa cosa: siete molto più pericolosi voi umani per noi di quanto potremmo mai essere noi per voi. Mi fa piacere farti dormire meglio senza le zanzare o le mosche, ma certo non posso fare i miracoli o fare l’ingordo: la caccia con la ragnatela non sempre porta grandi frutti! Quando sono fortunato riesco a catturare quello che mi serve per un giorno e l’indomani si ricomincia daccapo. Questo però mantiene le mie zampe sempre allenate, la mia mente lucida e i riflessi sempre pronti: tutti aspetti positivi.

A proposito delle zampe, sai quante ne ho? Otto. E credo siano proprio quelle che ti sembrano così brutte e forse addirittura paurose. Non sei fra quelli? I ragnetti di casa non li trovi poi così brutti? Grande! Vuol dire che sai apprezzare anche chi è molto diverso da te, e anche questo è un gran pregio, non scordartene! Ma se ci trovi brutti o ti facciamo paura (o tutt’e due le cose insieme), voglio dirti che non è affatto obbligatorio farsi piacere una cosa che non piace, ma l’importante è non essere arrabbiati con i ragni e non averne paura solo per il loro aspetto fisico.

Può capitare anche che io ti metta alla prova calandomi a mezz’aria per provare a vedere il mondo dalla tua prospettiva, per capire come lo vedi tu. Cerco di farlo quando nessuno mi vede, ma se ti dovesse capitare di trovarmi penzolante appeso a un filo invisibile in mezzo alla stanza non prendere paura, mi ritiro il prima possibile appena me ne accorgo. Se sei un tipo che si spaventa facilmente cercherò di non farmi mai vedere, non voglio provocarti, però vorrei che tu prendessi coraggio. Se ci pensi, quando non mi vedi potrei non esserci, ma anche essere presente esattamente come quando mi noti attaccato di qua, appeso di là, a testa in giù, di lato o dritto come te: nella vita imparerai che, come me, esiste sia quello che riesci a vedere con gli occhi, sia quello che vedi raramente sia quello che non riesci a vedere proprio; spesso quello che non riesci a vedere, come molte volte il tuo ragnetto Otto per esempio, che sarei io, si nasconde perché ha paura di te. Nonostante ciò ti aiuta a dormire più tranquillo.

Sono sincero, comincia a venire sonno anche a me, quindi mi avvio a concludere la mia lettera. Prima di salutarti voglio però regalarti un piccolo segreto, una cosa importante che, come tuo ragnetto domestico, ci tengo a dirti: nonostante, come ti ho raccontato, debba stare sempre attento a tutto, e continuare a lavorare un sacco giorno dopo giorno per mangiare qualcosa, non sono mai preoccupato, e sai perché? Avete mai sentito di un ragno che sia rimasto senza mangiare? Certo che no! Gli esseri umani come te invece, specialmente i grandi, sono sempre di corsa e vivono nella preoccupazione, solo perché molti di loro non sanno che il segreto è la provvidenza: noi ragni e ragnetti, come tutti gli altri animali in natura, sappiamo che le pur numerose sconfitte non ci devono mai scoraggiare, perché vediamo che se ci impegniamo giorno per giorno (con anche un pizzico di divertimento) tutto quello che ci serve per vivere arriva sempre. Io ho addirittura un tetto sulla testa che poi, a me, non sarebbe neanche indispensabile. A questo punto, di che cosa avrei bisogno ancora? Di nulla. Quindi: vivi nella serenità! Impegnati giorno dopo giorno facendo quello che ti realizza e ti rende felice senza perdere tempo a preoccuparti o con la paura di perdere qualcosa perché, a tutto il resto, pensa la provvidenza.

Fidati di ciò che ti fa essere te stesso, di tutto ciò che ti fa stare bene.

Buonanotte!

Tuo,

Otto

Alessandro Navarin

Francesca Lagonia

UN LOMBRICO

C’era una volta un anellide che si chiamava Lombrico, ma a chiamarlo così, con il suo vero nome, erano proprio in pochi: mamma, papà, fratellini, sorelline e alcuni amici. Tutti gli altri lo chiamavano Verme, Vermino, Vermicino o Vermiciattolo. Da piccolo ci si era abituato velocemente ed aveva imparato a non dare peso alla cosa.

Divenuto però un tantino più grande, durante un litigio qualcuno lo chiamò “Lurido Verme”, e la cosa lo scosse a tal punto che ci rifletté sopra per giorni e giorni. Lui stesso non riusciva a capire perché se la fosse presa così tanto, ma quell’aggettivo usato assieme alla parola “verme” gli aveva risvegliato dentro un sentimento di offesa così grande che non riusciva proprio a ridimensionarlo.

Trascorse un po’ di tempo e anche di quel fatto se ne scordò. Nel frattempo le cose a casa avevano cominciato a non andare più per il verso giusto e Lombrico, come molti altri suoi coetanei che per scarsa volontà o per necessità già non frequentavano più la scuola da un pezzo, dovette anche lui mettere da parte i suoi sogni e andare a lavorare la terra come papà, a tempo pieno. Un lavoro ripetitivo e faticoso.

Oltre al problema “economico”, c’era poi la mamma che non stava tanto bene e aveva bisogno di aiuto almeno nelle faccende domestiche. Così, terminata la giornata lavorativa, a casa c’erano molte altre incombenze da sbrigare e al povero Lombrico non avanzava altro che un urgente bisogno di dormire per recuperare le forze.

Il futuro che si era immaginato con tanto entusiasmo fino a quel momento però, a dire il vero, era molto diverso. D’altronde, non aveva nemmeno tutto il diritto di lamentarsi perché un destino così era toccato a tanti e tanti altri fratelli maggiori che, come lui, facevano parte di una famiglia numerosa e poco abbiente, e sarebbe stato sciocco pensare che lui avrebbe fatto eccezione.

Bisognava comunque essere sinceri e ammettere che, in un primo momento, non trovava poi così male la sua nuova vita: non studiava più, certo, ma aveva finalmente un ruolo indispensabile per la sua famiglia e, in un certo senso, anche per la società. Stava sperimentando la responsabilità, quella vera, quella di cui fino a quel momento aveva solo sentito parlare senza troppo entusiasmo dagli adulti; quella che ti fa sentire importante e meritare il riposo a fine giornata.

Insomma si sentiva stanco e sfinito ma, allo stesso tempo, felice e orgoglioso di sé stesso. In una parola: soddisfatto.

Il lato bello della nuova quotidianità poco a poco però svanì, lasciando spazio alla noia di un’abitudine troppo ripetitiva.

Molti suoi colleghi di lavoro erano così sereni, felici della loro vita; invece a lui così proprio non bastava. L’appagamento del proprio bisogno di sentirsi utile non riusciva a colmare il bisogno di avere dei momenti da dedicare solo a sé stesso, per riposare la mente o per pensare a qualcosa di diverso. Anche se ci provava, nei rari momenti di pausa, non ne usciva nulla di buono: vero, aveva imparato molto sul lavoro e sulla vita “pratica”, ma si sentiva intellettualmente impoverito. Si sentiva a disagio soprattutto quando, in occasione di lunghe chiacchierate con gli amici, faceva fatica a trovare le parole, non gli venivano le metafore, non riusciva a spiegarsi bene e gli altri non lo capivano, per non parlare di quando lui stesso non afferrava concetti semplici che gli venivano spiegati anche più e più volte.

Gli pesava sempre di più il fatto che gli altri lo considerassero, appunto, un Vermiciattolo.

Di tanto in tanto gli tornava alla mente persino la vecchia faccenda del “lurido verme”, soprattutto quando era al lavoro: lì infatti non si usavano mezzi termini e ognuno si portava a casa l’idea che gli altri avevano di lui così come gliela appiccicavano addosso, senza badare a quelle che in molti casi erano solo opinioni di comodo basate su giudizi superficiali e sommari. Quando lo chiamavano Verme, a volte riusciva a rispondere «…ehm… mi chiamo Lombrico», ma nella maggior parte dei casi si prendeva del pignolo o di quello che vuole mostrarsi più intelligente e più colto di quello che è in realtà. «…ma è il mio nome, mi chiamo Lombrico!», «Sì sì va bene, signorino!».

Per il resto, sulle sue capacità nessuno aveva niente da dire, come del resto sulla sua dedizione, perché ci metteva anima e corpo. A calare era solo l’entusiasmo.

Si sentiva dire dai suoi familiari e da molti amici che era normale, al lavoro, trovare molta gente che non ti capisce, che parla a vanvera e a cui stai antipatico. A molti non importa nulla di te e ti considerano uno che non vale niente, dicevano. È normale e bisogna imparare ad adattarsi, la vita è così e si deve andare avanti per la propria strada fregandosene della cattiva gente per dare comunque e sempre il massimo di noi stessi, tradotto in sforzi e sacrifici, per realizzare il benessere proprio e di chi ci sta a cuore.

Quei discorsi qualche volta erano anche serviti a trovare nuova energia per ingoiare qualche rospo e ripartire con una scorza più dura di prima, ma sentiva che continuava a mancare quel qualcosa che lo facesse sentire veramente capito.

A pesargli erano sì le incomprensioni e l’immagine del sempliciotto che lo perseguitava al lavoro, ma presto si rese conto di essere lui il primo a pensare questa cosa di sé stesso, e il primo a cui questa idea di sé non piaceva.

Non aveva più il tempo e le energie per leggere, disegnare, magari per scribacchiare come di tanto in tanto gli piaceva fare; divagare con il pensiero da questo a quell’altro argomento anche solo per porsi domande sulle cose che vedeva, che sentiva, che faceva… nella sua vita attuale mancavano gli stimoli, quegli stimoli di cui aveva sempre avuto tanto bisogno. Non trovava più quelle idee e quegli spunti di riflessione con i quali tante e tante volte aveva coinvolto gli amici in viaggi verso mete surreali e invenzioni assurde che un giorno avrebbero magari anche realizzato in concreto cambiando le prospettive del mondo. Era sempre stato lui quello brillante della compagnia, quello che tirava fuori la fantasia in qualunque occasione, che trovava spunti a non finire per ridere e scherzare.

E ora, cosa rimaneva di tutto ciò? Solo il ricordo, sempre più lontano? No. Era troppo giovane per trovare la felicità, e, soprattutto, ritrovare il vero sé stesso, solo nei ricordi. Doveva ricominciare a fare quelle cose che faceva, che amava fare. Doveva ricominciare a nutrirsi di cultura come al tempo della scuola!

In quel momento sospettò di aver scoperto l’acqua calda, ma ne fu comunque fiero.

Certo, andare a lavorare era stata una necessità urgente, necessaria per la sua famiglia, ma ora era il momento di ragionare con calma e pensare ad una soluzione migliore. D’altronde, quel disagio che sentiva crescere dentro non gli stava dicendo proprio questo? Pensò che facendo una cosa nella quale si fosse sentito veramente sé stesso, realizzato nella mente e nello spirito, sarebbe stato molto più d’aiuto anche alla sua famiglia di quanto non lo potesse essere allo stato attuale delle cose. E dunque era proprio il caso di iniziare subito, sfruttando l’energia di quello slancio incontenibile.

Accelerò il ritmo, sacrificando il tempo del riposo alla febbrile volontà di recuperare ciò che aveva trascurato. Dormiva di meno, faceva tante cose. All’inizio fu tutta soddisfazione, poi però il fisico cedette: gli capitò di svenire al lavoro una, due, tre volte, e a casa non riusciva a portare a termine la metà di quello che aveva imparato a gestire fino a quel momento. Ricadde nello sconforto, e questa volta si sentì davvero solo, ancora più di prima. Il medico lo costrinse a qualche giorno di riposo assoluto e così fece, pur tormentato da quello che avrebbe dovuto fare al lavoro, per i suoi familiari…e per il suo progetto.

Solo a pensarci ritrovava la sua autostima, che credeva di aver perso insieme alla sua elastica e fervente immaginazione.

Il riposo obbligato lo aveva costretto a fermarsi e decise di approfittarne per ascoltare, finalmente, la stanca voce che da troppo tempo reclamava un po’ di attenzione dal profondo della sua anima.

Per la prima volta, da solo in un tardo pomeriggio, conobbe un inaspettato silenzio interno, una quiete in quel caos di slanci e frustrazioni che avevano sempre tanto rumore dentro la sua testa. Una sensazione di dolce abbandono lo rilassò come non mai e, solo in questo stato, libero da ogni ansia o nostalgia, gli si presentò davanti l’immagine di un luogo che ben conosceva da piccolo. Ci andava sempre a giocare, a fare i compiti e a chiacchierare con la sua migliore amica, con la quale c’era sempre stata una sintonia speciale: avevano famiglie, abitudini e interessi molto diversi, eppure passavano ore e ore insieme a parlare e inventare giochi da fare poi alle festicciole di compleanno con i compagni. Cambiando scuola si erano poi persi di vista, però il ricordo di quel luogo era più vivo che mai! Chissà se era ancora come lo aveva lasciato l’ultima volta!

Rimase lì ancora un po’, in quello stato sospeso che lo stava come ricaricando. Poco dopo però, prima che arrivasse qualcuno, prese la decisione e fuggì: si addentrò cauto nella terra, procedendo con l’intenzione di esplorare di nuovo un antico percorso che doveva solo ritrovare dentro sé stesso. Mano a mano che avanzava, la terra si faceva più fresca e umida e, prima di quanto sospettasse, giunse ad una cavità, la stessa cavità che aveva rivisto poco prima. C’era molta umidità e la terra era soffice, perché si trovava appena sopra il livello dell’acqua del fiume.

Era una piccola buca dalla quale, protetti, si poteva stare in superficie cogliendo le vibrazioni che giungevano dalla grande palla luminosa che dominava il cielo. La luna.

Si sentiva un calore non fastidioso, una luce cieca, un impercettibile e benefico stimolo che lo riportava indietro nel tempo. Tutto questo lo aveva dimenticato, ma non era finito da nessuna parte; a perdersi era stato lui, trasportato dal flusso della vita senza giocare con lei, la vita appunto, le proprie carte.

Giocare! Ma quanto era bello giocare? Quando giocava sì che si sentiva pienamente sé stesso.

Nel bel mezzo di questo flusso di pensieri, fu distratto da un rumore appena percettibile. Sembrava provenire da un punto poco distante da lui, nella buca, e, incuriosito, si avvicinò lentamente. Gli pareva di riconoscere una vecchia e familiare figura.

Pochi istanti e…sì, era lui! E chi se lo aspettava? Il suo vecchio insegnante di Cunicoli, a scuola! Solo in quel momento si rese conto di quanto aveva voglia di rivederlo. Lo aveva lasciato in malo modo diverso tempo prima, e con un certo rammarico perché in quella materia andava benissimo: gli piaceva tanto scavare la terra e soprattutto imparare a conoscerla con una sensibilità diversa, più profonda.

Quello che era suo docente preferito, ad un certo punto aveva però dovuto abbandonare la scuola senza il minimo preavviso lasciando in tutti, lui in particolare, un senso di disorientamento. Era davvero forte quando insegnava! Trasmetteva tutta la sua passione per quella materia facendola bella e piacevole come un gioco. Lombrico, fin dalla prima lezione, aveva colto il grande valore che il suo insegnante rappresentava e aveva stretto con lui anche un rapporto di amicizia.

In classe lo trattava come gli altri ma dopo la lezione, se c’era la ricreazione, parlavano a lungo di quello che per il più grande dei due era una vocazione e un hobby: la progettazione di labirinti. In questo si erano trovati, dato che Lombrico con la sua immaginazione sapeva arricchire le idee del professore con mille spunti che aspettavano solo di essere concretizzati. Lombrico si chiedeva spesso se il suo mito vivente avrebbe mai costruito uno di quei labirinti che impiegava così tanto tempo a progettare.

Ma poi la cosa poco importava, perché il bello era fantasticarci sopra, a casa e a scuola, per poi discuterne e architettare insieme.

Ma ora lui era lì davanti, coricato, e sembrava molto stanco. Lombrico avanzò ancora un po’ e tentò un saluto:

«Professore…»

«Ciao Lombrico, caro…» rispose con un filo di voce, voltandosi lentamente.

«È un sacco di tempo che non ci vediamo, ma come mai aveva lasciato la scuola? Ci chiedevamo tutti… io mi chiedevo…»

«Spero di non avervi delusi. Sapevo di essere affetto da tempo da una malattia che mi paralizza. Ho lasciato la scuola, prima che cominciasse a bloccarmi del tutto, per stare con la mia famiglia, per godermi un po’ di tempo in salute con loro.»

«Ma… oh, capisco. Ma quindi ora…»

«Sì, mio caro. I miei figli sono lontani, e mia moglie sta qui con me, mi sta vicino e mi fa compagnia per tutto il tempo che può. Ora è andata a casa a sistemare delle cose. Mi piace questo posto, l’ho sempre amato. Così ho deciso che se mai mi fossi fermato per sempre, lo avrei fatto in questo luogo.»

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi Lombrico prese la parola.

«Anch’io amo questo luogo. Sa, venivo sempre con un’amica a giocare qui, da piccolo», disse nascondendo a fatica la commozione.

«È un posto meraviglioso. E poi hai detto una cosa importante… giocare… non smettere di farlo mai», aggiunse il vecchio professore.

«Perché mi dice questo?», chiese tremando.

«Perché… non essere triste… perché chi smette di giocare muore, non è più felice. Io sono felice anche adesso. Ho sempre giocato e lo faccio tutt’ora, immaginando di essere sulla luna, sentendo la sua luce su di me in questo luogo di pace. Ma tu come stai?»

Con un po’ di fatica gli raccontò come erano andate le cose, del fatto che aveva dovuto lasciare la scuola, della vita e degli insegnamenti che ne aveva ricavato.

«Sei sempre stato molto riflessivo e profondo. Ma anche molto brillante, e questo ti permetteva di mettere a frutto le tue grandi risorse. Ora però ti sento stanco, persino più stanco di me… ritorna ad essere quello che eri, gioca ancora e non smettere mai più. E, se non sai da dove cominciare, ascoltati dentro e poi inizia a scavare. Non avere paura.»

«Ma lei…»

«Non pensare a me, sono contento se ti ho trasmesso almeno una parte di quella mia passione per la terra…»

«Sogno ancora le sue lezioni professore.»

«E allora vai, vivi la tua vita fiero di quello che sei e non preoccuparti di nient’altro!»

«Ma professore…»

«Vai, mi ha fatto molto piacere averti incontrato dopo tanto tempo. Mia moglie sta tornando, e se ti vede qui penserà che sei un altro che vuole i miei progetti. Li ho cancellati molti anni fa, consapevole che non avrei mai potuto realizzarli e che chi avesse avuto lo stesso mio interesse, oltre alla grande creatività che a me mancava, ne avrebbe fatti di ancora più belli e interessanti. Ciao mio caro Lombrico, sento che questo è il mio posto e questa è la mia notte. Tu vivi la tua vita!»

«…Grazie professore, grazie davvero di tutto!».

Lombrico se ne andò col cuore carico di sentimenti contrastanti, in lacrime ma con un vigore nuovo, fortissimo.

Si prese ancora qualche momento per sé. Poi tornò a casa, prese qualcosa da leggere e disse alla madre di scusarlo, che sarebbe tornato presto e non si dovevano preoccupare.

Facile da dire, difficile da comprendere, ma la sua determinazione era tale da far sì che non lo ostacolassero.

Prese una direzione, si avvicinò di nuovo alla buca ma a un certo punto cambiò rotta puntando verso il basso. Cominciò ad aprire un cunicolo nuovo, da zero, in una terra che a poco a poco cambiava composizione e opponeva una resistenza diversa. In alcuni punti procedeva più lentamente, in altri più velocemente, in altri ancora si fermava per riposarsi o perché si trovava di fronte ad un problema che non aveva previsto. Allora ragionava e cercava delle conoscenze sia nella memoria che nei suoi vecchi appunti. Gli sembrava di essere tornato a lezione. Riscoprì il piacere che si prova quando l’ingegno emerge spontaneo, quando si usa la creatività. Scavava, scavava, e la cosa, nonostante lo sforzo, gli piaceva. Si stava divertendo! Probabilmente non ce l’avrebbe fatta a sopportare lo sforzo se non avesse lavorato per diverso tempo come papà, cioè senza un fisico allenato.

Proseguì per un tempo che non seppe quantificare fino a quando sentì la terra divenire di nuovo familiare. Alzando gradualmente il tiro, poco dopo si trovò a sbucare in una cavità naturale molto simile alla sua. Capì subito, però, che non era quella ma la sua gemella, proprio dall’altra parte del fiume. Era chiaro, lampante, ma faticava a crederlo sul serio.

L’impresa impossibile, quella di arrivare dall’altra parte del fiume passando sotto il suo alveo, di cui aveva sentito parlare qualche volta a scuola, l’aveva realizzata scambiandola per un gioco. Una rivincita personale, una riscoperta di sé stesso, un grazie al suo professore preferito, un sogno nel cassetto che nemmeno sapeva di avere. Quell’ingegno che aveva dentro in attesa di essere usato di fronte a problemi nuovi gli aveva insegnato tantissimo in quel tempo sospeso nel quale aveva recuperato la sua vita, la sua vocazione.

E sospeso era lui, in quel momento, tra una vita e un’altra.

Si volse indietro e ripercorse quel lungo cunicolo appena aperto, veloce e senza troppe soste, fino a casa.

«Dov’eri finito? Al lavoro ti cercavano, devi riprendere perché tuo papà è affaticato e non ce la fa più…» lo implorò sua madre.

«Papà può stare a casa ed io vado a licenziarmi!» rispose Lombrico con una sicurezza che non gli si vedeva addosso da moltissimo tempo.

«Ma come?» gli chiese lei stupefatta guardandolo come se fosse diventato pazzo.

«Ho aperto un varco che arriva dall’altra parte del fiume, è stato bellissimo, ho imparato un sacco di cose!» e se ne andò.

In breve sparse la notizia. Spiegava come aveva fatto e tutte le diverse soluzioni che aveva dovuto trovare di volta in volta. Non fu facile, ma alla fine quelli che contavano si convinsero a seguirlo nel percorso. Quando si resero conto da soli della verità di quanto aveva detto loro, Lombrico divenne un pioniere per i suoi e per tutta la società fin dove arrivò la notizia.

Per la sua famiglia in breve tempo le cose cambiarono. Lui poté riprendere gli studi e, parallelamente, iniziare ad insegnare in laboratori di Cunicoli e di Scavo. Approfondendo, ebbe modo di sbizzarrirsi nel tempo libero con terreni diversi in luoghi diversi, coinvolgendo i più piccoli nella progettazione e costruzione di semplici labirinti per le scuole e altri via via più grandi e complessi per il passatempo degli adulti. La cosa ebbe un seguito pazzesco, perché perdersi in un labirinto e poi ritrovarsi dava a tutti, ma proprio a tutti, una gamma di emozioni che andava dalla curiosità febbrile alla gioia, stimolava l’arguzia, la soddisfazione della riuscita e, soprattutto, l’antico amore per il gioco.

In fondo che cosa sono in una vita le sconfitte, se non momenti nei quali ci si sente persi? E l’unica cosa da fare non è forse tornare a muoversi e ripartire alla ricerca della via giusta? Come nei labirinti, la via giusta non si vede ma c’è per definizione.

Alessandro Navarin

PS: a questa storia manca un’illustrazione, vuoi farla tu?

Inviami la tua idea: ale13.nava@gmail.com

SALVO IMPREVISTI

SALVO IMPREVISTI


RACCONTI

Dieci racconti più uno. Riflessioni che prendono la forma di favole dagli insoliti protagonisti i quali, alle prese con una realtà che come sempre supera la fantasia, propongono al piccolo o al grande lettore le loro personalissime soluzioni. Soluzioni che, in un modo o nell’altro, fanno tesoro degli accadimenti (semplici imprevisti o veri e propri drammi) che puntualmente giungono a sovvertire la quiete dell’esistenza o i progetti futuri. Fantasia e realtà si mescolano, talvolta ironizzano e si concedono slanci creativi, mentre narrano di un mondo, il nostro, nel quale non tutto ciò che sembra remarci contro lo fa sul serio.