Il valore di una persona risiede in ciò che è capace di dare e non in ciò che è capace di prendere.
Albert Einstein
C’era una volta, addormentato sul sedile di un pullman, un lendinarese di nome Renzo. Ci si metteva un bel po’ a svegliarlo, quando lo prendeva la piomba. In media un quarto d’ora, ma a volte anche venti minuti buoni. I suoi amici della Banda lo sapevano bene, così come al solito, di ritorno da un concerto, cominciavano a chiamarlo poco prima di arrivare allo vincolo per il Bornio. L’operazione consisteva nell’avvisarlo che si era quasi arrivati, prima con calma e poi in modo via via più incisivo, magari con qualche punzecchiata sulla grossa spalla tonda.
Giunti a destinazione, dopo i saluti montava in bicicletta e si avviava verso Sant’Anna. A casa soleva ripensare alla giornata appena trascorsa: erano belle le uscite con la Banda cittadina; anche in quell’occasione i bandisti e il pubblico gli erano sembrati contenti, avevano applaudito di gusto. Anche a cena era stato bene, aveva chiacchierato un po’ con questo e un po’ con quello, era seduto vicino al presidente ed era riuscito a scatenare nei vicini molte risate. Avrebbe ripreso in mano la bandiera del corpo bandistico di lì a due settimane in occasione della sfilata in piazza, grande evento per la cittadinanza al quale era vietato mancare!
Lì per lì pensò poi che quella sera non aveva una gran voglia di zucchero, così lasciò il barattolo dove stava e buonanotte al secchio, anzi, buonanotte ai suonatori. E a tutti quanti.
II
Qualche anno prima ero alle elementari. Già da qualche giorno l’aria si era fatta più tiepida e durante la ricreazione uscivamo tutti fuori, maestre comprese, nel giardino davanti alla scuola. Sembrava un sogno, un’esplosione di spazio e di libertà, oltre che di sole, rispetto ai freddi corridoi col pavimento di marmo che ci contenevano nel periodo invernale. A questo periodo risale il primo ricordo che ho di Renzo: un ometto rotondo e sorridente in tuta da meccanico che passava tutti i giorni, più o meno alla stessa ora, quasi alla fine dell’intervallo, per la strada che costeggiava la recinzione del cortile; guidava una bicicletta speciale, con un grosso bidone metallico davanti al manubrio e una scopa infilata per il manico che sbucava a lato come un secco alberello pendente. Ogni volta si girava e salutava tutti agitando in aria il braccio e la mano. Un giorno, cercando di farmi intendere con una breve descrizione, chiesi a mia madre chi fosse: «È Renzo, lo spazzino comunale» mi rispose. Cominciai da quel momento, vedendolo passare, a ricambiare il saluto, dato che non c’era nulla di male, e in più feci caso ad alcuni miei compagni che in quelle occasioni si divertivano a urlargli «Ciao Renzooooooo!!!», cui lui faceva eco entusiasta con un «Ciao bambiniiiiii!!!» che metteva allegria per quella sua voce nasale che ricordava i cartoni animati. Non si fermava mai, il tempo di quello scambio breve e disinteressato e proseguiva oltre l’incrocio.
III
Non si fermava di certo. C’erano le strade, i rifiuti, il verde pubblico e le recinzioni a cui badare. Non avrebbe potuto vederlo mai nessuno con le mani in mano, e ci mancherebbe, per Lendinara c’era tanto da fare. Il Comune gli dava uno stipendio, lo aveva assunto per prendersi cura della città, e questo lui lo voleva fare al meglio che poteva. Pur sapendo fare due conti, sempre all’occhio circa le possibili fregature che si potevano nascondere dietro l’angolo, dava sempre ascolto anche alle proprie iniziative personali che lo spingevano a fare, per così dire, degli straordinari. Se ai bambini si voleva davvero bene, non si poteva permettere che rischiassero di farsi male contro le recinzioni tutte storte e arrugginite dei giardini pubblici di S. Francesco o del cortile delle scuole medie. Erano in quelle condizioni da troppo tempo, pericolose e, aspetto non meno importante, tanto brutte a vedersi: un po’ di giornate di servizio, più dei ritagli di tempo di due ore oggi e una domani, e fece prima lui a farlo che altri cento a dirlo. In fondo che ci voleva? Qualche colpetto qua e là, olio di gomito, carta vetrata, antiruggine, vernice e tanta pazienza. Ahimè quanti ne approfittavano di quella santa pazienza di cui sembrava essere ricco. Ne era pieno quanto di tempo libero, diceva la gente: non ha figli né moglie. Ed è buono come il pane: non pensava mai male di nessuno, il buon Renzo, adoperandosi per il prossimo e per la sua città.
Solo, nei momenti di pausa o la sera prima di andare a dormire, si dispiaceva un poco che la gente, la sua gente, non fosse capace di provare un po’ d’affetto.
Ma chissà chi è stato ad inventare lo zucchero, una gran persona senza dubbio, uno in gamba.
IV
Con le scuole medie inferiori cambiai istituto. Questo aveva il cortile principale all’interno e raramente si usciva dall’altro lato che dava sulla strada. Passò dunque parecchio tempo, ma un giorno lo rividi: lui si girò e, vedendoci fuori, sventolò in aria la mano. «Ciao Renzo!!!» lo salutai, e lui mi rispose «Ciao ciao!!!» con un sorriso, pur senza sapere chi fossi. «Perché saluti quello sfigato?», mi chiese un mio compagno. Non seppi cosa rispondere, non me l’aspettavo. Dal mio sguardo interrogativo lui dedusse che doveva spiegarsi meglio, e continuò: «È uno sfigato, poveretto. Sempre in giro per le strade a far lavori di cui non frega niente a nessuno… e poi è anche un morto di fame… non ha amici, o almeno io lo vedo sempre da solo, saluta tutti e ride sempre. È matto per me». Io rimasi muto, morta lì.
A casa, a pranzo con i miei, indagai: «Ma per caso lo spazzino è un matto??»
Mia mamma: «Chi? Ah, Renzo?».
«Sì!».
«Perché? Non mi risulta… direi di no», continuò lei.
«No, cioè, me lo ha detto un mio compagno di classe. Era tanto che non lo vedevo e oggi in ricreazione è passato per la strada e l’ho salutato come facevamo alle elementari, era da tanto che non lo vedevo, ripeto, ma mi è venuto in mente che si chiama Renzo e così gli ho detto “Ciao Renzo!”, e questo mi ha sentito se n’è uscito con un sacco di brutte cose sul suo conto…».
«Del tipo?», fece mia madre.
«…che è un matto perché è sempre in giro per le strade…», cominciai.
«…beh, è uno spazzino», commentò tra sé.
«…ok, e poi che non ha soldi, che è un morto di fame, che passa tutto il giorno a far lavori che non interessano a nessuno e che è solo come un cane e non ha amici».
«…non mi sembra proprio», chiarì.
«…ah e poi ha detto… beh, che è uno sfigato, tanto sfigato!», conclusi.
Intervenne allora mio padre che stava guardando la televisione e, nel mentre, ascoltava i nostri discorsi: «Ti ha detto che è uno sfigato perché non è sposato e non ha una compagna, e, che si sappia, in effetti, non è mai stato con qualcuno perché è un tipo un po’ particolare… sugli amici non posso dir nulla perché non lo conosco di persona, ma posso dirti che comunque lavora per il comune e di gente deve conoscerne molta più di me. Inoltre collabora con diverse associazioni. Certo, come ho detto, si presenta come un tipo un po’ particolare, che si può definire una persona semplice semplice, un bambinone se vuoi, ma ciò non dà il diritto di definirlo uno sfigato perché la sua vita la fa. Si guadagna poi uno stipendio che, per una famiglia fatta di una persona sola, come ce ne sono moltissime altre, è di sicuro più che dignitoso! Di’ al tuo compagno che vedremo cosa saprà combinare lui quando sarà più grande, con la testa che si ritrova…».
V
Una sola cosa Renzo tornava a chiedere al Comune di tanto in tanto, e gli fu sempre negata. Un aumento? No. Un elefante! Uno vero, un pachiderma in carne e ossa. Grande o anche piccolo, se lo sarebbe cresciuto lui con amore incondizionato e altrettanta dedizione. Un elefante lo avrebbe reso davvero felice, ne era certo, tanto ci aveva riflettuto sopra. E che non pensassero che non avesse più i piedi per terra, li aveva eccome: lo avrebbe portato in giro per la città, dove c’erano alberi in abbondanza perché potesse nutrirsi e allo stesso tempo rendere un servizio al verde pubblico; sarebbe stato utile anche come pompa per l’acqua. Insomma, perché no? Si immaginava già a portarselo, se fosse stato piccolo, nel bidone della sua bicicletta di servizio, dal quale magari sarebbe sbucato fuori per salutare anche lui con la proboscide i bambini in ricreazione e gli amici sui marciapiedi. A Natale poi, sai quanto si sarebbero divertiti i bambini? Renzo, che amava così tanto perpetrare la tradizione di travestirsi da Babbo Natale per portare nelle scuole torte (che offriva di tasca sua) e piccoli doni, avrebbe sicuramente insegnato al suo elefante a consegnarli agli increduli e incantati destinatari. Che meraviglia! Per non parlare dell’omaggio floreale alla Madonna del Pilastrello che annualmente recava, sempre travestito da Babbo, in occasione del concerto di Natale della sua Banda Città di Lendinara, dalla quale si congedava per un attimo lasciando il ruolo di porta bandiera. Quanti pro, e nessun contro. Con la Banda si sarebbero potuti onorare i servizi, anche quelli nelle frazioni limitrofe dei mesi estivi, con un valore aggiunto. Un elefante, solo un elefante, alle cui spese avrebbe provveduto personalmente senza chiedere una lira a nessuno, magari anche rinunciando alla sue vacanze estive che tutti gli anni trascorreva, grazie a viaggi organizzati, in un angolo diverso del mondo. In Africa, in Asia, quanti elefanti aveva visto! Quanto aveva appreso sulla loro natura, sui loro bisogni. Un desiderio, un sogno che tirava fuori dal cassetto tante volte per riprovare lo stesso brivido, la stessa vertigine della prima volta. Un desiderio non invecchia mai, o svanisce per inconsistenza o matura e si fa slancio vitale.
VI
Un tardo pomeriggio mentre facevo i compiti, suonò il campanello di casa. A quell’epoca ero al liceo, forse terza o quarta. La temperatura era mite e il sole arancione, appena sospeso sulla linea dell’orizzonte. Era Renzo, con la sua bicicletta personale, senza bidone davanti, che dopo un caloroso saluto ci chiese se volevamo acquistare un biglietto della lotteria del Corpo Bandistico Città di Lendinara. Come dire di no? Ne acquistammo cinque. Ringraziò tantissimo e scambiammo due parole su quello che facevo e quello che avrei voluto fare da grande. Mia madre fece uscire il gatto e richiuse la porta, rimanendo lì con noi a commentare le mie risposte e a parlare un po’ di lei e di papà. Renzo invece nel cestino della bicicletta, oltre ai pacchettini di biglietti della lotteria, teneva un barattolo di latta chiuso con un coperchio di gomma. Mentre scambiavamo quattro chiacchiere lo prese e, come se fosse una cosa del tutto naturale (al pari di mettere in bocca una caramella, per intenderci) ne trasse una cucchiaiata di zucchero bianco e se la sbafò con fierezza. Poi un’altra e poi richiuse il barattolo. In quel mentre, avendo udito le nostre voci, era uscita mia nonna che, prima ancora di salutarlo e presentarsi, lo rimproverò facendo gli occhi severi: tutto quello zucchero gli avrebbe fatto male, gli disse. Lui tranquillamente, in tono tra l’amaro e l’ironico, diede tutta la colpa alla carenza di affetto.
Entrati in argomento, non potei evitare di riascoltare per l’ennesima volta dalla vecchia di casa che non mi sarei trovato facilmente una morosa considerato il caratteraccio che mi ritrovavo, e anche questo fu per Renzo il pretesto per esprimere quanto le donne fossero importanti come amiche ma niente di più, perché facendo certe cose si va incontro a di quelle malattie che non ci sono parole per descriverle. Dio te ne scampi!
Ebbi modo di notare più avanti, in altre occasioni, che stimolarlo con certi argomenti piccanti era per molti la vera ricetta del divertimento. Lui stava al gioco, gli piaceva far stare bene le persone che aveva attorno; sapeva tuttavia quando era il caso di cambiare argomento e stava all’intelligenza dei presenti capire quale fosse il limite oltre il quale non spingersi per non fare del male.
VII
La casa a cui Renzo faceva ritorno era piccola, raccolta tra quattro mura contigue all’abside della chiesetta di Sant’Anna, appena dietro a piazza Risorgimento, il centro della comunità. Lui e Anna, due protettori di Lendinara, vivevano sotto lo stesso tetto da una vita. La piazzetta sul retro, circondata da alberi, sarebbe stata ideale per il suo elefante, placido guardiano notturno per quel vecchio luogo sacro.
∞
Renzo era di tutti, era pubblico come i parchi, come il suolo che calpestiamo tutti i giorni, come la terra fertile. Regalava un sorriso e un saluto a chiunque, senza malizia e senza che ci fosse del non detto, senza sforzarsi di essere diverso da quello che era, che fosse di fronte al Sindaco, al Vescovo o all’ultimo degli abbandonati alla propria solitudine. Renzo era un bambino, un grande bambino, che non ha mai avuto bisogno di dimostrare nulla se non a se stesso di poter dare il massimo ogni giorno, per fare contento chi aveva intorno e per fare più bello il suo paesetto.
Chi ha saputo accoglierlo come persona ha conosciuto un cuore grande, un cuore che ha dato incondizionatamente senza chiedere in cambio quell’affetto di cui avrebbe avuto bisogno in egual misura.
Renzo è stato un mio concittadino, uno dei tanti che ho conosciuto solo marginalmente. Quell’uno tra i tanti che però, senza saperlo e senza che io stesso me ne accorgessi, ha seminato un fiore nel mio cuore.
Un fiore bellissimo, che non segue le stagioni ma solamente le mie cure.
Un fiore che appassisce solo quando mi dimentico di dargli da bere o, per qualche motivo, faccio finta che non mi piaccia più.
Mi auguro di imitarti e di non dimenticarti,
ciao Renzo!
Alessandro Navarin

